L'intervista
domenica 30 Marzo, 2025
Alex Astolfi e l’attivismo trans: “Molte famiglie non accettano l’identità di figlie e figli. Sul corpo troppe curiosità morbose”
di Donatello Baldo
Torinese a Trento per studiare l'intelligenza artificiale, 24 anni, è il referente del gruppo Trans di Arcigay

Si chiama Alex Astolfi, ha ventiquattro anni, è originario di Torino ed è a Trento per studio: «Ho fatto la triennale a Pavia e la magistrale qui. Mi occupo di intelligenza artificiale, a scavalco tra Povo e Rovereto, al Cimec». Uno studente come tanti altri, che come tanti ha fatto coming out: «Quello come ragazza lesbica l’ho fatto da adolescente. Durante la triennale quello come persona transgender. Tutta un’altra cosa».
Che cosa cambia?
«In un caso dice “Mi piace questo”. Nell’altro caso: “Io sono questo, questa è la mia identità”. E spieghi al mondo che ora il tuo nome è un altro, che i pronomi da usare sono questi e non quelli. Insomma, è diverso. Si tratta davvero di definire un’identità, e di chiedere a tutti e tutte di rispettarla».
Che effetto ha un coming out sull’identità di genere rispetto a quello sull’orientamento sessuale?
«Diciamo che è molto più facile per una persona accettare che ti piaccia qualcosa di diverso rispetto all’accettare che sei una persona diversa. Poi nel mio caso il tutto si è accompagnato ad un percorso medicalizzato, ne sentivo l’esigenza».
Quindi l’identificazione nel genere maschile era più evidente. Il cambiamento era visibile. Questo intende?
«Sì, ma non è necessario per forza un percorso medicalizzato per essere transgender».
Ecco, spieghi meglio. Perché, seppur in questo ultimo periodo si parli molto di persone transgender, si tende a fare generalizzazioni. Sbagliate.
«Una persona transgender è chi non si riconosce nel sesso attribuito alla nascita. Poi c’è anche l’identità non binaria, che riguarda chi non si identifica né con il genere femminile né con il genere maschile. E dentro l’esperienza transgender può esserci o meno, e in varie forme, una medicalizzazione. La terapia ormonale ma anche chirurgica. Ma non sono prerequisiti, questi, per essere transgender. Insomma, la questione non riguarda il corpo, ma appunto l’identità».
Lei ora è un attivista nella comunità Lgbtqi+. A Trento è il referente del gruppo Trans di Arcigay.
«Nel 2022 ho iniziato a frequentare l’Arcigay di Trento. Ho trovato un ambiente aperto anche all’attivismo trans, che non era scontato. Mi sono appassionato, mi sono sentito accolto, e ora sono nel direttivo, appunto con la delega alle politiche transgender».
E cosa fa l’Arcigay per le persone transgender?
«C’è tanta utenza giovanile, ma non solo. Ci sono incontri di socializzazione ma anche di supporto ai servizi, per aiutare chi vuole approfondire il percorso medicalizzato. E diamo supporto nel caso di discriminazione».
E cosa vede dal suo osservatorio? Arrivano persone che chiedono aiuto?
«Non solo. Ho visto situazioni difficili, con famiglie che non accettano la nuova identità del figlio o della figlia, ma anche famiglie aperte, che sanno accogliere, rispettare. Ma si affacciano alle nostre iniziative, molti i giovani dicevo, che cercano soltanto socializzazione. È bello stare assieme a gente come te. Che non significa non poter stare con persone cisgender».
Spieghiamo cosa significa cisgender.
«È semplicemente il contrario di transgender. Si tratta delle persone che si identificano con il sesso attribuito alla nascita».
Prima parlava dei percorsi medicalizzati, che non per forza sono quelli chirurgici, possono essere anche soltanto ormonali. Percorsi di non facile accesso.
«Purtroppo questo è un problema. In Trentino è ancora richiesta una diagnosi effettuata da uno psichiatra. Serve dunque un medico, e serve una diagnosi. Una patologizzazione di una condizione, l’essere trangender, che non è una patologia. Non lo è più. Un tempo infatti si parlava di disforia di genere, che aveva una connotazione di sofferenza. Ora si parla di incongruenza, che è più corretto. Non per forza c’è sofferenza nella costruzione dell’identità trangender. E spesso, se c’è sofferenza, è per colpa del contesto in cui si vive».
Altrove non per forza serve la diagnosi di un medico psichiatra?
«In altre regioni basta la valutazione di uno psicologo. Ed ha più senso perché, come dicevo prima, l’identità non riguarda il corpo, non è una questione medica».
Per la sua esperienza, la psichiatria trentina come si pone rispetto a questo tema?
«Posso dire che abbiamo trovato qualche resistenza in alcuni casi».
Prima parlava del coming out come persona transgender. Ci si concentra sempre su chi lo fa. Ma il destinatario di questo annuncio spesso è spaesato, non per forza per un pregiudizio. Si comunica un cambio di identità, del nome, dei pronomi da usare.
«Sui pronomi devo dire che mi sbagliavo anch’io all’inizio. Avevo deciso di usare il pronome maschile, ma mi sorprendevo a usare per me quello femminile. Ma per rispondere alla domanda, credo sia importante l’ascolto. Ed è importante non giudicare. Ascoltare, chiedere. Ma non fare domande morbose su operazioni eccetera. Questi sono cavoli tuoi? Non credo. Alcune domande sul corpo, davvero, sono solo curiosità morbose. Poi se siamo in confidenza te lo dico anche, ma non è la prima domanda da fare».
Si diceva dei pronomi, spieghiamo meglio di cosa si tratta, e perché sono così importanti.
«Sono il lui, il lei, come vogliamo che ci si rivolga: al maschile o al femminile. In inglese e in altre lingue c’è anche il neutro, ma la lingua italiana su questo è poco fluida. Tutte le persone hanno dei pronomi: perché sembra che siano solo le persone transgender a farne una questione. Anche un uomo cisgender vuole essere chiamato al maschile, e così una donna cisgender. La persona transgender questo pronome lo cambia, e chiede venga usato».
Anche il nuovo nome si chiede venga usato. Infatti si parla di dead name, riferendosi a quello di prima.
«Anche il nome è una cosa importante. Il nome vecchio non va usato, ad alcuni/alcune fa male sentirlo usare. E qui possiamo spiegare che cos’è il misgendering, che è l’uso volontario di pronomi e nomi che si riferiscono all’identità precedente, a quella che la persona transgender ha abbandonato. Una violenza, usata da chi non accetta e discrimina le persone transgender».
A proposito di discriminazioni. Sembra che le persone transgender siano l’incarnazione del male per molti settori della destra. Sarà perché la parola contiene il famigerato «gender».
«Forse sì, quell’ideologia che non esiste. Le persone transgender sono il nemico per una certa parte politica, che usa le battaglie contro di noi per distogliere l’opinione pubblica da altre questioni. Se non sono i trans, il nemico sono gli immigrati. C’è chi fa politica così. Credo che facciamo paura perché mettiamo in discussione il binarismo maschio-femmina. E facciamo paura perché facciamo rivendicazioni sul nostro corpo, come le donne lo fanno sull’aborto o sulla gestazione per altri/altre. Non a caso le battaglie transgender incrociano quelle femministe».
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«Non ci sono evidenze scientifiche che le persone transgender vincano di più a livello sportivo rispetto alle persone cisgender con cui gareggiano. Ma in ogni caso, lo sport è competizione anche biologica: l’ex nuotatore Michael Phelps ha piedi esagerati, doveva essere squalificato? E ci sono cestisti di oltre 2 metri e trenta, anche loro sono da squalificare?
A Trento la Trans March per la visibilità. Che cosa significa per una persona transgender essere visibile, e perché la visibilità diventa una rivendicazione?
«Essere visibili significa esistere. Dire ad alta voce: “Ci siamo anche noi”. Rivendicare l’esistenza è fondamentale perché molti vorrebbero che le persone transgender vivessero solo nell’ombra».
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L’intervento andrà a migliorare lo stato dei luoghi, adeguerà la viabilità pedonale e lo spazio pubblico oltre che l’arredo con il rinnovo delle panchine e dei cestini. La conclusione dei lavori è prevista per fine maggio