tribunale minorile
giovedì 3 Aprile, 2025
Bulli minorenni ricattano una coetanea e il fidanzato diffonde le sue foto intime. «Paga o ti ammazzano»
di Benedetta Centin
I cinque giovani, tutti minorenni tra i 15 e i 17 anni, hanno estorto centinaia di euro alla ragazzina costretta a recuperare somme di denaro. Ora faranno lavori di pubblica utilità

Hanno ammesso le loro responsabilità davanti al giudice e chiesto scusa i cinque studenti tra i 15 e i 17 anni che per mesi hanno ricattato e minacciato a più riprese una coetanea, per ottenere i soldi per gli spinelli e per le sneakers griffate, anche 500 euro a volta. Uno di loro anche per avere i selfie dell’adolescente. Foto senza veli che l’allora fidanzatino aveva condiviso con la stessa compagnia di amici. Tutti appunto finiti a processo al tribunale per i minorenni di Trento, per rispondere a vario titolo di estorsione, tentata o consumata, oltre che di detenzione di materiale pedopornografico e di pornografia minorile. Fatti, questi, avvenuti nel 2023, nell’arco di alcuni mesi.
Giustizia riparativa
Nell’udienza di ieri gli avvocati hanno chiesto e ottenuto dal giudice di ammettere i ragazzi a un programma di messa alla prova, quindi di giustizia riparativa, che prevede la sospensione del processo e l’affidamento ai servizi sociali. Il tribunale ha dato loro il via libera e invitato intanto i giovani imputati a frequentare corsi specifici sull’uso della Rete e dei social, sulla diffusione delle foto, sui reati in cui si può incappare condividendo contenuti spudorati e piccanti. Nel frattempo spetterà al servizio sociale minorile elaborare il programma per i cinque, stabilire che tipo di lavori utili faranno, per che enti e realtà locali svolgeranno servizio di volontariato e per quanto tempo. Non una novità per alcuni di loro che stanno già affrontando un percorso di messa alla prova per riuscire ad estinguere precedenti reati.
La denuncia della famiglia
A far scattare l’inchiesta, allora, era stata la denuncia querela presentata dalla famiglia della studentessa (nessuno era presente ieri in aula). In particolare era stato il papà della giovane ad insospettirsi dopo aver letto alcuni messaggi nel telefono della figlia. Chat WhatsApp in cui la sollecitavano a rimediare soldi, imponendo scadenze e fissando i luoghi della consegna, come la stazione dei bus, non senza gravi minacce se non si fosse attenuta alle consegne. Ed è così venuta a galla la brutta vicenda. Quella su cui è andata a fondo appunto la Procura per i minori.
«Paga o ti farà qualcosa»
Lei, ragazza fragile, avrebbe voluto solo farsi accettare dalla compagnia di amici del suo allora fidanzato. Amici che hanno approfittato di lei. Quattro in particolare i ricattatori. Bulli che per raggiungere il loro obiettivo, per ottenere soldi su soldi, non si sarebbero fatti scrupolo di terrorizzare la vittima facendole credere che rischiava anche la vita. Vittima che, preoccupata per la sua incolumità, è stata così costretta a rubare il contante in casa, ai suoi, ma anche a un’amichetta, sempre di nascosto. «Dai i soldi a quello o giuro che ti ammazzo io» e «Se non glieli porti ti farà qualcosa» sarebbe stato il tono dei messaggi all’adolescente. Ancora: «A me 200, a lui 150», «Procuramene altri 70» le richieste di denaro che variavano dai 20 agli addirittura 400 euro. E per essere più persuasivo tra i quattro c’era chi arrivava anche a farle credere che rischiava la pelle, che sarebbe finita male per lei, che l’avrebbero uccisa. «Trova i soldi per domani, questi ti ammazzano, non scherzo» le scriveva uno di loro, per convincerla ad accontentarli, facendo intendere che il denaro veniva anche spartito tra di loro. Di certo c’è che una volta che il giovane ricattatore di turno otteneva il contante, lo spendeva per acquistare spinelli, ma pure per scarpe e abbigliamento all’ultima moda. E in alcuni casi ci sarebbe stato anche chi avrebbe accettato prestazioni sessuali al posto del denaro. «Se vuoi lo facciamo e ti tieni i soldi» le ha scritto uno. Chi invece pretendeva foto osé della giovane. «Manda o domani mi trovi davanti a scuola, e non provare a bloccarmi di nuovo».
E c’è di più: nei telefoni dei quattro presunti ricattatori, ad eccezione di uno di loro, sarebbe stato trovato dagli inquirenti anche materiale compromettente: foto, video e sticker dal contenuto pedopornografico. File inviati via WhatsApp che hanno fatto finire nei guai con la giustizia anche un quinto giovane, un quindicenne collegato al gruppetto.