I dati

giovedì 20 Febbraio, 2025

Discriminazioni nella sanità, la ricerca di Omaima Bara: «Solo metà delle donne straniere fa mammografie»

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La laureata trentina, originaria del Burkina Faso, ha analizzato i dati che riguardano la prevenzione del tumore al seno: «Più le pazienti hanno la pelle scura meno indicazioni ricevono dal medico di base. È questione di empatia»

In Italia tre donne italiane su quattro effettuano lo screening per il tumore alla mammella. Sempre in Italia, metà delle donne straniere non eseguono esami di prevenzione per la stessa patologia. A dirlo sono i dati raccolti da Omaima Bara nella sua tesi di laurea «Screening per il tumore alla mammella nelle donne straniere residenti in Italia. Disuguaglianze di salute ed health literacy». Classe 2001, la neolaureata in Infermieristica presso l’Università di Verona (ma residente in Trentino dall’età di 8 anni) ha analizzato le difficoltà delle pazienti di origine straniera in ambito sanitario: dalle barriere linguistiche alla scarsa conoscenza della medicina. «E tra le discriminanti c’è anche il colore della pelle – ha spiegato Bara–. Più è scuro meno ricevono consigli dal medico di base».
Omaima, partiamo da una domanda banale ma doverosa. Perché ha scelto questa tesi?
«Perché sono figlia di migranti del Burkina Faso e dall’età di 8 anni, ovvero, da quando sono arrivata a Trento ho seguito mia madre alle visite per aggirare la barriera linguistica che la divideva dai medici. Facevo la traduttrice durante le visite e le consulenze e con il passare degli anni ho notato che sebbene si parli di società multiculturale ci sono delle lacune anche in ambito sanitario».
Che cosa intende?
«Per esempio, esistono mediatori linguistici che parlano francese o inglese ma per persone analfabete, come mia madre, che parla solo il bissa (una delle 62 forme dialettali del Burkina Faso ndr) non esiste modo di comprendere e farsi comprendere».
È una cosa che ha notato anche durante il suo percorso formativo all’università?
«Certo. Durante il tirocinio ho conosciuto una paziente nordafricana che parlava solo arabo e francese. Non capiva perché i medici le facevano i prelievi o determinati esami perché purtroppo non le veniva spiegato».
Questo ha creato disagio nel paziente, immagino…
«Paura. Questa paziente era terrorizzata. Il non capire la impauriva a tal punto che non voleva più essere toccata e, di conseguenza, i professionisti si rifiutavano di trattarla perché non sapevano come creare un legame con lei. È qui che sono entrata in gioco io. Parlando francese sono riuscita a farmi comprendere e guadagnare la sua fiducia. E questo ha aiutato anche i miei colleghi».
In che modo?
«Grazie alla mia mediazione hanno iniziato a capire alcune piccole richieste della paziente. Banalmente, abbiamo scoperto che si tranquillizzava ascoltando il Corano e, anche in mia assenza, nei momenti di sconforto, alcuni infermieri le facevano ascoltare delle preghiere dal cellulare».
Nella sua tesi lei parla di discriminazione delle donne straniere nell’ambito sanitario, in particolare nell’ambito degli screening per il tumore alla mammella…Da dove è partita per la sua ricerca?
«Sono un’appassionata di health literacy, cioè, dalla materia che studia l’alfabetizzazione in ambito sanitario. In parole povere, quante persone davvero capiscono testi sanitari, sono formati sulla prevenzione, sugli stili di vita sani?».
Quale è la risposta?
«Le persone meno “acculturate” in ambito sanitario sono i poveri, gli analfabeti e i migranti. In queste tre categorie ho rivisto mia madre. Per l’analisi ho ristretto il capo di ricerca ad una patologia e mi sono concentrata sul tumore alla mammella».
I dati che ha raccolto mostrano una discriminazione anche nella prevenzione?
«Purtroppo, sì. I dati mostrano come i medici di base tendano a dare meno consigli alle donne straniere e uno dei motivi è il colore della pelle».
Cioè?
«Più la gradazione dell’incarnato è scura, meno consigli vengono dati. In pratica, più la pelle si avvicina al colore del dottore, più quest’ultimo empatizza con il paziente».
Come avviene la prevenzione del tumore alla mammella?
«Per il cancro vengono inviate delle lettere a casa che invitano le persone a fare gli screening in base alla fascia d’età. Però, se si tratta di migranti e/o analfabeti, come fanno a capire il messaggio? Nella migliore delle ipotesi hanno figli che leggono per loro. Nella peggiore, non ci vanno».
Quali sono i dati di adesione agli screening per il tumore alla mammella?
«Le donne italiane aderiscono al 73%, le donne dell’Africa sub-sahariana al 67%, mentre, quelle nordafricane al 52%. Il tasso più basso è delle donne originarie dell’Oceania con il 50%».
Ha pensato ad alcune strategie per migliorare questi numeri?
«Si può partire parlandone, magari, nelle scuole frequentate da stranieri per imparare l’italiano o nei centri per l’immigrazione. Il centro Eda di Rovereto, per esempio, offre attività di consultorio. Il mio invito, però, è anche quello di approfondire meglio il ruolo del medico di base perché la discriminazione parte da lì. È una difficoltà linguistica? Culturale? I professionisti credono che lo straniero non capisca i concetti legati alla sanità? O che non riesca ad attenersi a una dieta mediterranea perché mangia cibo diverso da quello italiano? Su una cosa però, i medici consigliano sempre ed indistintamente».
Su che cosa?
«Sui rischi del fumo».