l'editoriale

sabato 8 Marzo, 2025

La primatista e la perdente

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A guadagnare l'attenzione, l'8 marzo e il resto dell'anno, sono le donne dei record. Se non si rientra in questa fattispecie altisonante, spesso gonfiata al rialzo, non resta che il silenzio, l’indifferenza, la colpa di essere un po’ così: modeste

Per guadagnare titoli a sei colonne, per forare lo schermo o per scalare la competizione che porta all’effimera viralità dei social, a una donna serve il marchio della primatista. Quattro lauree, tre figli in serie, piega composta e un sorriso smagliante per assicurare i lettori su quanto sia facile essere splendide e performanti, dentro casa e in ufficio. «Concilio tutto, si può fare: che ci vuole?». Oppure una laurea in medicina in tempi record. Sennò una carriera roboante al di là dell’oceano, magari tra i nerd della Silicon Valley che concorrono all’addestramento dell’algoritmo che deve per forza essere più efficiente dell’avversario cinese.

Se non si rientra in questa fattispecie altisonante, quella immaginifica e spesso gonfiata al rialzo, non resta che il silenzio, l’indifferenza, la colpa di essere un po’ così: modeste, timidine. Il sottotesto è che, se non si arriva in cima, alla fine è un po’ come aver fallito. E poco importa se sono le condizioni strutturali di una società che parla e teorizza sé stessa al maschile a frenare le intelligenze, le energie, le speranze.

Tant’è che l’8 marzo, nella sua deriva commerciale che annacqua di giallo-mimosa ogni intenzione più complessa, diventa perlopiù occasione per celebrare la grandezza di chi ha i numeri. E chi legge, magari dopo aver formalizzato le dimissioni volontarie perché la conciliazione è puro funambolismo, s’immiserisce, si mortifica, amplifica un fallimento (che tale non è, va detto). Nella giornata internazionale della donna, data che dovrebbe portare al centro dell’agenda pubblica l’urgenza di de-costruire una cultura ostile a una piena equità delle occasioni, per una volta si potrebbe allora tratteggiare l’elogio della normalità, delle difficoltà, degli insuccessi, delle fatiche per arrivare a sera senza per forza brillare. Ma potremmo anche ripeterci quanto le rinunce non vadano derubricate a fallimenti individuali, perché non hanno nome e cognome: sono piuttosto colpe di una collettività che non sa emanciparsi. Non ancora, almeno.

Un esempio, raccontato dal nostro quotidiano, rende l’idea. Settore terziario, grande distribuzione organizzata radicata in Trentino. Il turno di lavoro iniziava alle 7.30. Per tanti anni, quell’impiego che prevedeva turnazioni, domeniche e festivi, era stato una costante. Poi, con la figlia piccola da portare all’asilo, senza supporti a cui chiedere un aiuto, quell’orario è diventato un ostacolo insormontabile. «Mi sono rivolta all’azienda per chiedere un quarto d’ora di flessibilità. Iniziare il turno alle 7.45 anziché alle 7.30 mi avrebbe permesso di portare alla materna – in anticipo – mia figlia. Ho ricevuto un rifiuto secco», ha raccontato una lavoratrice che ha visto alzare un muro davanti a una richiesta minima presentata al datore di lavoro. Quasi scontato l’esito di quel «niet»: la lavoratrice ha rassegnato le proprie dimissioni a causa dell’incompatibilità tra lavoro di cura e impegni professionali. Per un quarto d’ora appena. «Ero rassegnata, è rimasta l’unica soluzione praticabile. Quel momento l’ho vissuto come una sconfitta».

La percezione di un fallimento, per l’appunto. Perché il confronto con le primatiste che hanno spazio sui media è impietoso, una fucilata morale. E la plastica dimostrazione della forza dell’economia avida teorizzata dalla premio Nobel Claudia Goldin. L’intellettuale ha infatti studiato il modello occupazionale predominante che premia, con retribuzioni maggiori, chi lavora per più ore o in determinate fasce orarie, come il fine settimana, e prevede che il dipendente sia sempre disponibile. Una presenza magari statica, più simile a un cactus che a forza lavoro, ma questo è un altro discorso. Conta altro, al banchetto della quantità.

Ormai sappiamo bene quanto sia centrale l’empowerment femminile, ossia l’emancipazione economica delle donne. Per dire: in Italia un terzo delle donne non ha un conto corrente. Troppe. Una condizione, spiega l’economista femminista Azzurra Rinaldi, che genera inevitabile sudditanza femminile: per acquistare gli assorbenti serve chiedere qualche spiccio al compagno. Non solo: oggi in Italia l’occupazione femminile si attesta al 50% (in Trentino il tasso di occupazione è al 75,9% per gli uomini e al 64,5% per le donne). La Banca d’Italia stima una crescita del 7% del Pil se il 70% delle donne lavorasse. Eppure, qui come nel resto d’Italia, permane il tasso di overeducation, ossia le alte qualifiche ottenute dalle donne a livello accademico che però restano inapplicate.

E perché? Cosa non funziona? Non è certo negligenza, la retorica dei vincenti e i perdenti è propria del sogno americano che può restare dov’è. Piuttosto la nostra è ancora una società che affligge le donne, carica loro del peso della cura (prima figli, poi genitori anziani in un continuo moto della caregiver perpetua) senza costruire reali soluzioni. Nel 2022, hanno ricordato Manuela Faggioni e Annalisa Santin, responsabili politiche di genere di Cgil e Uil del Trentino, 580 neomamme trentine hanno lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Troppe. Sono le donne che restano ai margini del mercato del lavoro, che hanno ceduto sotto al peso degli incastri, dei no ricevuti per un quarto d’ora di flessibilità. E sono le donne che troppo spesso dimentichiamo. Buon otto marzo a loro, dunque. Affinché si sentano meno sole. Perché loro scelte, sofferte, sono le nostre.