la rubrica
mercoledì 2 Aprile, 2025
«Lanterna magica»: quattro film da non perdere al cinema (segnalati da Michele Bellio). Le assaggiatrici, Opus, Non così vicino, Fantozzi
di Michele Bellio
Quattro pellicole da non perdere, recensite settimanalmente. Per festeggiare il primo, leggendario capitolo della saga cinematografica del Ragioniere, la Cineteca di Bologna, in collaborazione con RTI e Mediaset Infinity, portano nelle sale italiane il restauro di Fantozzi, proprio nei giorni del 50° anniversario dell’uscita del film

LE ASSAGGIATRICI
(Italia/Belgio/Svizzera 2025, 123 min.) Regia di Silvio Soldini, con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun
Tratto dall’omonimo romanzo di Rosella Postorino, premio Campiello nel 2018, il film si ispira ad una storia vera venuta alla luce solamente nel 2012, quando Margot Wölk, unica sopravvissuta alla guerra e ormai novantacinquenne, rivelò al mondo l’esistenza delle assaggiatrici di Hitler.
La vicenda inizia nella Prussia orientale, oggi in Polonia, nel novembre 1943. Il Führer si è allontanato da Berlino, ormai costantemente bombardata, e ha creato un bunker segreto nella foresta, la “Tana del Lupo”, costringendo gli abitanti dei villaggi nelle vicinanze a rifornirlo di cibo, privandosi del poco che riescono a recuperare. È in uno di questi piccoli paesini di campagna, nella casa degli anziani suoceri, che Anna (Elisa Schlott), segretaria berlinese, arriva in fuga dalla grande città. Suo marito è stato inviato in Russia e di lui si hanno poche notizie. Poco dopo il suo arrivo le SS si presentano in casa e, senza spiegazioni, la caricano su di un furgone insieme ad altre sei «giovani e sane donne tedesche, scelte per un compito molto importante». Ogni giorno, a pranzo e a cena, dovranno assaggiare ciò che è stato cucinato per Hitler, per verificare che non sia avvelenato. Non è loro permesso rifiutarsi, alzarsi da tavola, rigettare e andare in bagno prima che sia trascorsa un’ora dal pasto. In cambio del loro sacrificio (coatto) avranno duecento marchi al mese e l’assurda possibilità di degustare prelibatezze impensabili in tempo di guerra. Nonostante l’angoscia che permea la situazione e al di là delle differenze (c’è chi si immola volentieri per il Führer e chi vorrebbe opporsi ma non può), tra le sette donne nasce inevitabilmente un rapporto, in particolare fra Anna e la taciturna Elfriede (Alma Hasun). Passano gli anni, la guerra avanza inesorabile, le notizie dal fronte sono tragiche e i nazisti iniziano a preparare la ritirata.
Forte di una sceneggiatura scritta a dodici mani, Soldini realizza il suo film più interessante degli ultimi anni, una solida produzione internazionale girata in lingua tedesca, nella quale si respira il senso di verità e di tragedia della Storia. Controllatissimo, rigoroso e geometrico nella sobria messinscena, «Le assaggiatrici» lascia sullo sfondo le grandi manovre della guerra (perfino il treno di cui si parla tanto non è che un rumore sullo sfondo della campagna) e si concentra sui personaggi femminili e sulla loro stravolta quotidianità. Donne abbandonate dai mariti costretti a combattere al fronte, madri di figli adolescenti che temono di dover presto partire a loro volta; donne dilaniate dalla solitudine che cedono a comprensibili tentazioni in cerca di una normalità che sembra destinata a non tornare; donne ancora troppo giovani, che piangono una vita mai vissuta, esprimendo solo il desiderio di essere felici accanto a qualcuno; donne cui la guerra ha tolto tutto e il cui corpo può essere, loro malgrado, fonte di ulteriori drammi. Il conflitto bellico si insinua nelle vite delle persone e assume la forma definita del regime, aprendo gradualmente gli occhi a chi prima accettava lo status quo senza porsi particolari problemi. Il film non risparmia scene dure che ci ricordano cos’era il nazismo, siano esse esplicite (le reazioni delle SS al litigio fra Anna e Augustine) o solo narrate (la confessione del comandante Ziegler) contribuendo a calare lo spettatore nell’angosciante atmosfera dei tempi. E il cibo, fin dall’inizio citato come base della sopravvivenza, quando Anna giunge a casa stremata perché in città non si trova più nulla, si trasforma violentemente in un potenziale strumento di morte, elevando di riflesso il film a riflettere sull’atroce rovesciamento di significati, e quindi di valori, che la guerra porta con sé.
OPUS – VENERA LA TUA STELLA
(USA 2025, 103 min.) Regia di Mark Anthony Green, con John Malkovich, Ayo Edebiri
Accompagnato da una divertente trovata pubblicitaria (un flyer che richiama un VIP ticket per il world tour 2025 di Alfred Moretti) è giunto in sala «Opus – Venera la tua stella», nuova produzione targata A24 ed esordio alla regia di Mark Anthony Green, ex collaboratore di GQ. Ma chi è Alfred Moretti? È una divinità del mondo dello spettacolo, la più grande pop star di tutti i tempi, un idolo glam che ha realizzato record su record, ma che sembra essersi ritirato per sempre dalle scene negli anni Novanta. Almeno fino ad oggi, quando il maestro annuncia l’uscita del suo nuovo album: «Caesar’s request». Interpretato con notevole energia e partecipazione da un ottimo John Malkovich al limite del gigionesco, Alfred Moretti è un artista, un creativo che «usa l’emisfero destro del cervello» e che, nella sua visione del mondo, ha avuto la possibilità di essere Dio negli istanti in cui componeva i suoi maggiori successi. A testimoniare il suo infinito talento con un ascolto in anteprima, Moretti convoca nel suo sperduto rifugio nello Utah sei persone adeguatamente selezionate: il direttore di un’importante rivista di musica, la conduttrice televisiva «più sexy e odiata» della tv, la regina dei paparazzi, un conduttore di podcast, una celebre influencer e una giovane ambiziosa giornalista (Ayo Edebiri). Quest’ultima lavora per la stessa rivista del direttore, ma non ha mai lo spazio che meriterebbe, e, una volta percepita la strana atmosfera che aleggia nel ranch della star, si convince che la storia da raccontare sia un’altra. Moretti è, infatti, il leader di una sorta di setta i cui membri si definiscono livellisti e la loro comunità, tra tai chi, pittura, ceramica, tassidermia e altri passatempi, vive isolata dal mondo globalizzato. Al loro arrivo gli ospiti sono privati di cellulari e computer e finiscono travolti dal lusso e dall’incredibile abilità del padrone di casa di coinvolgerli in un vortice inebriante di suggestioni. Ma gli aspetti inquietanti non tardano a presentarsi.
Impossibile, dati i presupposti narrativi, non correre con la mente a tanti prodotti analoghi usciti negli ultimi anni, dai film di Ari Aster (che però approfondiva maggiormente il ribaltamento di prospettiva e la distorsione che ne deriva) ad altri come «The Menu» e la sua critica all’ossessione per la cucina d’élite, con la quale «Opus» condivide un risultato che è più estetico che di reale impatto. Visivamente molto curato, patinato e suggestivo, con un uso inquietante delle riprese aeree (splendida quella notturna dei quad), il film non brilla purtroppo per originalità ed è prevedibile in quasi tutti i suoi snodi, incluso un finale che lascia un po’ di amaro in bocca. Il risultato non annoia, ma non riesce neppure ad avvincere e rimane il dubbio sullo scopo finale dell’operazione: critica all’invadenza e alla superficialità del mondo dei media? Satira sulla cultura dell’idolatria nel mondo dell’arte? Riflessione sulla mercificazione dei traumi personali e sulla manipolazione degli individui? Molti aspetti sono volutamente lasciati in ombra nella sceneggiatura, ma il risultato rischia di tradursi nella classica montagna che partorisce il topolino. Rimane uno spettacolo gradevole con qualche lampo (l’inquietante spettacolo di marionette che fa riferimento ai traumi di Billie Holiday) e un’efficace rappresentazione del guru/pop-star, che si esibisce con successo anche in varie canzoni, adattate per la versione italiana da Frankie HI-NRG MC.
EVENTO SPECIALE
FANTOZZI – EDIZIONE RESTAURATA PER I 50 ANNI DALL’USCITA
(Italia 1975, 100 min.) Regia di Luciano Salce, con Paolo Villaggio, Liù Bosisio, Gigi Reder, Anna Mazzamauro
Il primo film dedicato al ragioniere più celebre della storia del cinema uscì in sala il 27 marzo del 1975. In occasione del 50° anniversario la Cineteca di Bologna, in collaborazione con RTI e Mediaset Infinity, propone la versione restaurata di questo caposaldo della nostra commedia. Creato da Paolo Villaggio nel 1968, all’interno del programma «Quelli della domenica», il personaggio di Fantozzi vedrà iniziare il suo incredibile successo popolare a partire dal 1971, quando il libro che lo vede protagonista, scritto dallo stesso Villaggio, vende oltre un milione di copie. Da qui la scelta inevitabile del primo adattamento cinematografico, firmato dalla caustica mano di Luciano Salce, anche sceneggiatore insieme a Leo Benvenuti, Piero De Bernardi e Villaggio. È un trionfo, la nuova potentissima maschera diventa immediatamente emblematica della società italiana. La gente si riconosce in questo impiegato piccolo-borghese, servile e timido, impacciato e predestinato al fallimento, in quanto vittima di una società burocratizzata e consumistica. Fantozzi è il personaggio più potente ed interessante creato dalla commedia italiana dell’ultimo quarto di secolo ed il suo linguaggio e la sua comicità (più fisica che verbale) irrompono con veemenza sulla scena, lasciando un segno indelebile. Una caratteristica sfruttata oltre misura nei successivi film, destinati a perdere gradualmente forza dopo il terzo capitolo, nonostante qualche sporadico spunto. Da non dimenticare il cast di comprimari, straordinari e perfettamente in parte, le cui battute sono citate ancora oggi dal pubblico. Un film iconico, ritmato sulle incredibili musiche firmate Bixio-Frizzi-Tempera, da apprezzare su grande schermo nella versione restaurata, con la color correction supervisionata da Daniele Ciprì. Il ritorno in sala è un invito a ridere ancora una volta, con l’amara consapevolezza di chi sta assistendo ad una descrizione paradossale, ma non per questo irreale, delle disavventure di uno straordinario uomo mediocre. E allora largo alla pettinata con caffelatte incorporato, alle visioni mistiche durante la partita scapoli e ammogliati, all’inesistente mandolino nel campeggio al lago, alla tragica cena di Capodanno, alle sconfitte volontarie a biliardo nella speranza di uno scatto di carriera, fino all’incontro con il megadirettore galattico. Fantozzi fa parte di noi, che ci piaccia o no, e comprendere quanto oggi questo ancora valga, anche per chi non lo conosce, è un utile metro di misura del nostro presente.
STREAMING – PERLE DA RECUPERARE
NON COSÌ VICINO
DISPONIBILE SU NETFLIX
(A Man Called Otto, Svezia/USA 2023, 126min.) Regia di Marc Forster, con Tom Hanks, Rachel Keller
Otto è un uomo di 63 anni che vive a Pittsburgh, in Pennsylvania. Da poco rimasto vedovo dell’adorata moglie Sonya e fresco pensionato, Otto è vittima di una profonda depressione e trova l’unica ragione di vita nel maniacale controllo del suo quartiere, dove pretende che tutti rispettino le regole. I suoi rapporti umani sono ridotti al minimo indispensabile: è scorbutico, indisponente e la sua solitudine lo spinge a tentare più volte il suicidio. Anche se inizialmente non proprio gradito, un evento porta un’inaspettata novità nella sua vita: nell’appartamento di fronte si trasferisce una famiglia formata da Marisol, originaria del Messico, dal suo ingenuo marito Tommy e dalle loro due bambine. L’esuberanza della donna travolgerà suo malgrado il povero Otto, che forse avrà l’occasione per riflettere sulla propria esistenza. In questo remake del film svedese «Mr. Ove» (2015), Tom Hanks regala una delle interpretazioni più convincenti degli ultimi anni e la regia dell’eclettico Forster (nel suo curriculum troviamo tra gli altri «Neverland» e «Il cacciatore di aquiloni», ma anche lo 007 di «Quantum of Solace») riesce a restituire con efficacia e delicatezza sia la depressione che avvolge il protagonista, sia la sua romantica storia d’amore e i drammi che questa nasconde. Una sensibilità particolare è infine dedicata alla descrizione di residenti e frequentatori del quartiere, grazie alla quale l’evoluzione del protagonista è credibile ed emozionante, nonostante qualche giustificabile lungaggine a rischio di retorica. Un film che trova progressivamente il suo equilibrio tra commedia e dramma, in una poetica simmetria, e che riesce anche a veicolare un messaggio significativo. Curiosità: Otto da giovane è interpretato da Truman Hanks, vero figlio di Tom.