L'intervista
venerdì 30 Giugno, 2023
Overtourism, Petrini (Slow Food): «Turismo intrusivo, basta crescita servono relazioni»
di Ambra Visentin
Lo scrittore e fondatore del movimento internazionale spiega come si può creare un turismo costruito attorno alla felicità di chi vive nei territori

Dall’economia dei numeri a quella della felicità. Carlo Petrini, fondatore del movimento internazionale Slow Food, spiega come si può creare un turismo costruito attorno alla felicità di chi vive nei territori.
Nel suo libro «Il gusto di cambiare», lei affronta il tema di una nuova economia fondata sulla felicità. Cosa significa per il turismo ?
«Il turismo in questo momento ha un ruolo importantissimo. Dopo il periodo pandemico, ma non solo a causa di questo, c’è una maggiore predisposizione generale delle persone a conoscere nuovi territori e a fare nuove esperienze di vita. Le zone ad alta fruizione turistica hanno un’enorme responsabilità perché un turismo di massa crea problemi alle persone che vivono nelle aree interessate».
Cosa danneggiamo, oltre all’ambiente?
«Si può morire di un turismo troppo intrusivo. Chi paga il dazio della monocultura turistica è la socialità dei territori. Assistiamo ad un impoverimento dei paesi e dei centri abitati, che sempre di più vedono scomparire i propri servizi, come i negozi di vicinato, oppure le vecchie osterie, dove gli anziani passavano il tempo a discutere e a giocare a carte. Ci sono strutture ricettive di alto livello, ma manca, magari, il panettiere».
Cosa si rischia con lo scomparire di questa dimensione sociale?
«Rischiamo di perdere per sempre la bellezza di un territorio, che è fatta delle persone che lo vivono. Più le persone autoctone sono felici, più possono trasmettere il piacere di stare in quel luogo, molto di più di quanto possono fare le ricchezze turistiche dello stesso».
In che modo contribuiamo alla scomparsa della socialità?
«Sono stato di recente in Trentino e ritengo che lì l’impatto sulla vita degli abitanti sia particolarmente visibile. Questo perché nelle mete particolarmente ambite i turisti sviluppano il desiderio di acquistarvi una seconda o addirittura una terza casa. In questo modo fanno lievitare i prezzi di mercato per chi è nato e vive lì, per i giovani del posto che vorrebbero trovare una casa e costruirsi una famiglia. Li costringiamo ad andare via, causando loro sofferenza. In tutto ciò, i paesi perdono la propria gente e la propria identità, diventando una specie di Disneyland».
Prerequisito del cambiamento è per lei il «governo del limite». In cosa consiste?
«I territori sono stati sfregiati, snaturati. I paesi diventano brutti a causa dei troppi hotel e dei soggetti che fanno investimenti in nuove strutture ricettive. Venezia è in questo senso tristemente emblematica: sempre più spopolata e in qualche modo schizofrenica. Il governo del limite è la coscienza del limite. Basta crescita, serve qualità. L’attenzione delle istituzioni e degli operatori turistici dev’essere concentrata sulla felicità degli abitanti».
Questa trasformazione ha toccato anche la sua terra d’origine. In che modo?
«Le Langhe Piemontesi non sono state risparmiate da questo fenomeno. Ci sono ora paesi-dormitori, privi di vita sociale e con troppi ristoranti stellati».
In Trentino si parla anche di soluzioni quali le limitazioni per chi non soggiorna nelle località. Sostenibilità ambientale vuol dire turismo d’élite?
«Il turismo può benissimo essere democratico. Questo non significa implementarlo, bensì avere anche spazi di permanenza di piccola e autentica accoglienza. Queste cose si possono e, nell’epoca della transizione ecologica, di devono governare. Purtroppo la classe politica non è preparata per questo tipo di riflessione: più i numeri salgono e più sono contenti».
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